Quando dici addio per sempre

Quando dici addio per sempre

di D.

Papi, siamo di nuovo qua, io e te, a dirci sempre le stesse cose.  Ormai il tempo trascorso si è fatto consistente e restano alla mia memoria solo alcuni eventi che sono la traccia di un racconto lungo due vite: la tua iniziata senza di me e la mia che finirà senza di te. È un racconto triste anche nelle pagine belle perché mai hanno avuto una forza risanatrice; restano appendici tutt’al più consolatorie.

La nostra storia l’ho raccontata più spesso che ho potuto, a quante più persone ho potuto. Volevo che ti odiassero, volevo avere la loro pietà e a volte mi è sembrata di averla e di scambiarla per amore. Quando le persone sentono che uno è sfortunato, che ha avuto un padre cattivo, ti perdonano più facilmente, cercano di consolarti con un po’ di affetto e di attenzione, ma poi si stancano perché il vuoto non si colma mai. Che ho fatto in tutta la mia vita se non cercare di essere amata? E più cercavo amore, più lo vedevo sfuggire da me. Forse l’ho incontrato ma non l’ho riconosciuto oppure l’ho divorato così in fretta che non ne è rimasto per dopo, quando hai di nuovo bisogno e trovi solo il vuoto intorno a te. Io l’amore non lo conosco. Tu mi hai mai amata papà? Quand’ero più giovane avrei detto di no. Desideravo la tua morte. Mi ricordo che una volta, quando eri ancora a casa con me e mamma, forse avevamo litigato, forse mi avevi picchiata, forse capivo che padre eri e ti rifiutavo, corsi fuori sul balcone piangendo e urlando che ti odiavo e che quando sarei cresciuta ti avrei fatto soffrire così come facevi soffrire me, che ti avrei ucciso come tu hai ucciso la mia infanzia, la mia fiducia. E forse l’ho fatto davvero; non era solo lo sfogo di un’adolescente, ma una promessa solenne col destino. Ti ho fatto soffrire quando ti ignoravo, ti ho fatto soffrire quando mancavo la telefonata, quando per mesi non venivo a trovarti.

Un giorno, eri già a M., venni a passare un periodo da te. Era bello quando stavi a M.; tu ti sentivi libero a casa tua e non tormentavi noi. Credo di averti voluto più bene quando eri a M. Non ci davamo troppo fastidio, tu libero dal peso di una famiglia ingrata e noi non più continuamente minacciate dalla tua presenza, potevamo stare insieme in pace per qualche giorno, sempre che non si andassero a toccare i nostri punti nevralgici. Pur di stare in pace, evitavamo di darci fastidio sulle solite cose.

Dicevo, un giorno, mentre ero da te, non so bene che cosa mi prese, ebbi l’urgenza di tornarmene a casa. Fu una specie di frenesia, un bisogno irrazionale, un’emergenza. Non posso dire che quei giorni fossero diversi dai soliti che trascorrevamo insieme, non c’era un fidanzato che mi aspettava a casa, non c’era un motivo valido perché tornassi a casa prima del previsto, eppure mi prese un’angoscia tale che nel giro di poche ore decisi di interrompere la mia visita, farmi la borsa e tornarmene a casa. Tu non capivi perché e io non te lo potevo spiegare perché non lo sapevo nemmeno io.

La tua casa, quella specie di santuario di te stesso, le tue foto e quelle di tutta la tua famiglia appese alle pareti, i lumetti davanti alle foto dei morti, i volti dei santi e delle madonne, quel caos di cose inutili ammucchiate ordinatamente e ossessivamente nei cassetti, sopra le mensole, negli armadi, quell’odore denso mi opprimevano, mi soffocavano, ma non riuscivo a darmi un’immagine o un’idea di quella sofferenza improvvisa che potessi restituirti. Stavo male e basta. Forse, a distanza di tanti anni, posso pensare che a sconvolgermi fu la percezione della verità della nostra reciproca condizione. Io venivo nel tuo mondo che sopportavo e assecondavo per amor tuo, come si fa con i bambini, ma mi sentivo vuota, invisibile, un’estranea. Chiedimi come sto, chiedimi se sono felice, come faccio per sopportare la malinconia, chiedimi degli studi, degli amici, chiedimi di mamma che invecchia, chiediti di me, questo mi frullava nella testa. Io potevo entrare nel tuo mondo a patto che rinunciassi a ciò che ero. Sapevo che tu non potevi guardare chi io fossi perché non mi avresti riconosciuta come tua figlia; in fondo, proprio la mia natura, il mio stesso essere al mondo è stata fonte di tanta sofferenza per te. Se volevo stare con te dovevo rinunciare a me stessa e vestire i panni della tua figlia ideale che era esattamente una proiezione di te. Dovevano piacermi i tuoi racconti sui viaggi, dovevano piacermi le tue foto, dovevo assecondare i tuoi deliri di persecuzione, dovevo rimandarti un’immagine sana e integra di te, questo era il prezzo che dovevo pagare per stare un po’ in pace con te. Tu mi dicevi cosa fare, cos’è giusto pensare, chi dovessi essere; a M. io ti concedevo di fare così. Ci sono riuscita quasi sempre, ma quella volta no. Quella volta mi fu chiaro quello che accadeva e tutto il peso di me stessa mi crollò addosso. Sentii all’improvviso quanto era solida la mia finzione, con quale lucidità io diventavo una cosa diversa da quella che ero per non turbarti, per non turbare i nostri giorni insieme. A Napoli ti avrei distrutto, tu mi avresti ucciso, avremmo urlato per ore prendendoci a morsi; a M. potevo concederti un’illusione. Va tutto bene, andiamo d’accordo, che buona la pasta che hai preparato, povero papi tutto solo, nessuno gli vuol bene.

Io fingevo di essere come tu desideravi che fossi, lo specchio della tua grandiosità. La distanza me lo permetteva; una volta tornata a casa avrei ripreso le mie sembianze, la mia autenticità, avrei rimesso i miei panni. Non lo facevo per prenderti in giro, forse non me ne rendevo neanche veramente conto. Era il mio modo di prendermi cura di te, ero così giovane! Però qualcosa andò storto quel giorno, qualcosa si ruppe dentro di me e dovetti fuggire. Sì, fu proprio una fuga. Ricordo che mentre il pullman partiva, mentre si chiudevano le porte, tu ancora mi chiedevi perché. Perché proprio non te lo potevi spiegare un abbandono così. Eri dispiaciuto, ma di fronte alla mia ostinazione di arrendesti. Ricordo che l’ultima cosa che ti sentii pronunciare prima che il pullman partisse fu ‘io ti voglio bene’. Non me lo avevi mai detto e non l’avresti mai più ripetuto. Mi si spezzò il cuore, ma negai le tue parole, feci finta di non sentire e non mi voltai neanche a salutarti come facevo di solito.

Mi dispiace tanto papà, anche io ti voglio bene. Vorrei correre giù dal pullman e dirti mi dispiace, torno presto, non sei solo, io sono tua figlia e anche se non te ne sei mai accorto io ti voglio bene. Come sei fragile, sei spaventato, sei come un bambino che ha paura. Se solo ti fidassi di me potremmo essere felici. Mi dispiace tanto di farti soffrire, vorrei che non avessi mai sofferto, vorrei rimanere e cancellare tutte le tue umiliazioni, i tuoi abbandoni, le tue giornate di vuoto e di solitudine. Vorrei farmi in quattro per te ed essere tua madre, tua sorella e tua moglie, e finalmente una figlia per farti sentire amato e protetto. Vorrei saperti forte, vorrei consolarti, curarti ma neanche in punto di morte ti sei fidato di me. Stavi lì che ti divoravi i tuoi ultimi bocconi di aria con gli occhi sbarrati e la pelle già grigia. Io ti tenevo la mano, credo una delle poche volte che ti ho toccato senza respingerti; ti dicevo, sono qui, non avere paura, ma tu guardavi per aria e dicevi, chiudi la casa, chiudi la casa. Deliravi? Che ne so? Ma io sono una stronza egoista, volevo che mi guardassi. Ce ne stiamo andando, papà, cazzo, non lo capisci? Che cos’è, una vendetta per quella storia del pullman? E allora muori presto ché io non ne posso più.

Mi dispiace tanto papà, anche io ti voglio bene.

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